Tu chiamale se vuoi… emozioni
Oggi parliamo di fumetti…. si .. avete letto bene!… Fumetti ed emozioni per essere precisi. In questi giorni mi è tornato tra le mani un numero di qualche mese fa di Fotonotiziario – MediaSpazio Editore, sul quale compare un editoriale di Maurizio Rebuzzini nel quale l’autore coglie l’occasione per porre una questione di non secondaria importanza per i nostri tempi “tecnologici”, che penso meriti di essere riproposta. Per citare l’antefatto, Rebuzzini fa riferimento ad un numero del mensile a fumetti Legs Weaver della Segio Bonelli Editore, in particolare l’albo 14 del gennaio 1997 intitolato “Ritorno a Waldur”, che è spunto per una riflessione più ampia sulla capacità di emozionarsi – nel caso specifico dinnanzi ad un’opera d’arte – (Vincent Van Gogh, “La ronda dei carcerati”, 1890. Olio su tela. Museo Puškin) ma mi permetto di dire più in generale nella vita. Soprattutto quanto questa capacità sembra essere sempre più una facoltà frutto di sollecitazioni ed induzioni multisensoriali esterne da parte di quanto e di sempre più tecnologico ci circonda e ci stimola, piuttosto che di un sano, umano e spontaneo, e soprattutto individuale, afflato interiore. “[..] Alla tua età ormai dovresti capire che le emozioni sono qualcosa che noi abbiamo dentro, non qualcosa che ci viene imposto dall’esterno. [..] Tu e gli altri della tua età siete abituati ad avere tutto su un piatto d’argento, non avete neppure voglia di analizzare le vostre stesse emozioni, preferite quelle artificiali create dalle macchine che vi guidano in un percorso determinato, invece di quelle che può creare un artista con la sua opera. Emozioni diverse in ognuno di noi [..]“. Così Maya Frayan ammonisce il suo compagno di visita Rick di fronte all’apatia dimostrata davanti al genio di Van Gogh.
Mi pare una questione non di poco conto dalla quale mi sento investito in prima persona su almeno due fronti. In quanto realizzatore di immagini, e come tale con un ruolo nel tentare con il mio lavoro di suscitare oltre che pensieri, sperabilmente anche emozioni in chi guarda il prodotto di questo atto generativo. In quanto fruitore di immagini immerso, come tutti noi contemporanei, in un flusso pressochè inarrestabile ed ininterrotto che giunge da più fronti, innanzi alle quali spesso la maggior parte di noi è sprovvista degli strumenti necessari a “leggere” e discernere in questo mare di informazioni visive. Per assecondare lo spunto iniziale, la domanda chiave potrebbe fare più o meno così: siamo ancora capaci di provare emozioni personali uniche, non guidate o indotte da sollecitazioni “artificiali”, a quanto la vita ci pone innanzi? Come dicevo all’inizio è una riflessione sulla quale varrebbe la pena soffermarsi.
Essere o non essere? Emozionarsi o non emozionarsi?
A ciascuno la sua risposta!