Silvio Massolo Photographer

Il Premio di fotogiornalismo: World Press Photo 2011

By Silvio / February, 10, 2012 / 2 comments

Oggi sono stati resi noti i nomi dei vincitori della 55a edizione del più importante Premio di fotografia giornalistica del mondo.
La giuria ha premiato come foto dell’anno 2011 – “World Press Photo of the Year 2011″ – uno scatto di Samuel Aranda che ritrae una donna yemenita che tiene tra le braccia un parente in una composizione che ricorda la pietà di Michelangelo. Questo aprirebbe già a numerose analisi e divagazioni artistiche ed estetiche ma, doverosi complimenti all’autore a parte, la cosa che più mi interessa non è tanto parlare di questo contest in particolare, o celebrare la bravura di uno o più colleghi, la loro tenacia e capacità di lavorare in condizioni sempre più difficili, sul campo e nelle redazioni, ma una riflessione intorno ad una serie di considerazioni di carattere vagamente etico-antropologico. Quanto la nostra presenza di operatori con la macchina da presa (fotocamera, videocamera o quant’altro) influenza il comportamento delle persone che condividono con noi la situazione umana e la scena ritratta? Quanto l’informazione che inviamo è condizionata dal mezzo sul quale viene veicolata? Quanto è credibile ciò che vediamo quotidianamente in televisione, sul web e sui giornali?
Non siamo certo testimoni invisibili, siamo parte della realtà che stiamo osservando e fotografando. Anche se con una macchina fotografica in mano, siamo uomini di fronte ad altri uomini. Ci poniamo tra l’individuo e la notizia. Vorrei sottolineare che questa non è poca cosa. E’ una posizione di responsabilità, delicata, scomoda, declinata a seconda dei casi, dei punti di vista, del livello di consapevolezza e sensibilità di ciascuno di noi portatore di motivazioni, ambizioni, aspettative e limiti personali. Parafrasando Malinowski, la sua osservazione partecipante sul campo rispettosa del contesto, è oggi in alcuni casi disattesa e non di rado si trasforma in regia, trasformando i meno avveduti in moderne vestali a custodia del fuoco sacro dell’informazione-intrattenimento. Quando si parla di fotogiornalismo, occorre qualche cautela e cose di questo genere suscitano quanto meno qualche perplessità. Fortunatamente ogni medaglia ha il suo rovescio che è rappresentato dalla serietà e professionalità della maggioranza dei singoli operatori mossi da reale passione per ciò che fanno e che quotidianamente si sbattono (ndr si impegnano allo stremo delle forze) per sopravvivere professionalmente ed offrire un punto di vista il più possibile libero, e di istituzioni come il World Press Photo che con opera meritoria contribuiscono a garantire la credibilità dell’informazione fotogiornalistica e più in generale a promuovere la cultura fotografica.

2 Responses to Il Premio di fotogiornalismo: World Press Photo 2011

  • Stef

    Fotografare una ragazzina che urla con intorno dei cadaveri non può che essere il frutto di una perversione. Mi riferisco ad una delle foto vincitrici. Cosa ne pensa?

    • Silvio

      Gentile amica/o,
      come avrà potuto constatare leggendo il post precedente, sono il primo a sollevare qualche perplessità rispetto al sistema dell’informazione che sempre più si sta scostando da quella che dovrebbe essere la sua funzione primaria: informare. Senza entrare in dissertazioni, più o meno pertinenti, rispetto alla vera o presunta oggettività dell’informazione anche quando è trasmessa in modo equilibrato, posso senz’altro dire che è presente ormai da anni una tendenza alla spettacolarizzazione dei contenuti giornalistici per catturare l’attenzione di un pubblico, almeno nella stragrande maggioranza, sempre più distratto ed abituato a scenari holliwoodiani ed immerso in un flusso di immagini e sensazioni che si susseguono e si confondono in modo indifferenziato e quasi indistinguibile. Un fiume in piena che scorre velocemente sotto i nostri occhi, un’enorme massa eterogenea in cui è difficile scindere informazione da fiction, pubblicità da intrattenimento, realtà da reality, ecc. Tutto ciò porta con sè il rischio che alcuni singoli operatori professionali, non meno vittime degli spettatori delle loro fotografie, per emergere dalla massa dei numerosissimi colleghi/concorrenti, e far scegliere il proprio lavoro (non dimentichiamo che di questo si tratta e che la maggior parte dei fotografi sono ormai freelance – ovvero vengono retribuiti se vendono le loro fotografie), da agenzie ed editori scelgano di spostare in avanti il limite di ciò che ciascuno, in coscienza, ritiene si possa mostrare e cosa no. Detto ciò, per rispondere alla sua osservazione a proposito dell’immagine a cui fa riferimento (immagino si riferisca a questa fotografia – Spot News, 2nd prize singles, Massoud Hossaini) sinceramente non ho una posizione così chiara e definita come quella che lei propone, non so se in questo caso si possa parlare, come fa lei, di perversione. In tutta sincerità non liquiderei la questione con un giudizio frettoloso, in me sorgono quesiti di ordine più generale. A mio avviso il problema è più grande di tutti noi. Un problema sistemico rispetto al periodo storico in cui stiamo vivendo e di cui tutti siamo parte, anche quel fotografo. Per quanto discutibile, provocatoria, evitabile, la foto in questione, mi sembra ingeneroso accollare tutta la responsabilità di un certo modo di fare informazione sulle spalle di un singolo capro espiatorio. Foto come quella che lei cita rappresentano purtroppo il campanello di allarme di questioni ben più critiche ed allarmanti di ordine sociale, politico e culturale. Ciò che in conclusione le posso dire è che il fotografo è un testimone. Certamente si può scegliere come esserlo: si può esserlo in modo rispettoso e sensibile oppure arrogante ed invadente, al pari di quanto potrebbe esserlo una commessa di un supermercato o un impiegato delle poste o di qualunque altro lavoratore nello svolgimento delle proprie mansioni.

      Un saluto e … continui a seguire il blog!

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